Tossicomania e Legami

Posted By lacascinaonlus on Giu 18, 2019 |


Riflessioni psicoanalitiche sui legami nei soggetti “fuori-legge”
A cura di: Elisa Di Dio

Nella tossicomania e nella criminalità vediamo un fallimento della capacità dell’individuo di prendere parte alla comunità sociale, la difficoltà di trovare nella legge, nel limite e nella cultura degli strumenti a partire dai quali rappresentarsi e trovare realizzazione personale.
In questi fenomeni noi osserviamo in primo piano l’impossibilità o difficoltà di abitare i legami sociali (e dunque legami non duali, ma orientati da un polo terzo) dovuti alla carenza dello strumento rappresentativo. Più specificatamente le dimensioni che vediamo in crisi sono l’amore e la fiducia (in particolare verso l’ autorità), che constatiamo oscillare tra l’innamoramento suggestivo idealizzato e l’odio.
Il rapporto con l’Altro[1] è letto secondo modelli valoriali tendenzialmente rigidi, persecutori o addirittura può essere completamente assente una bussola che orienti nei legami.
L’assenza di una bussola simbolica o/e l’esperienza di un’autorità sregolata[2] fa sì che i legami, che questi soggetti vivono, assumano caratteristiche estremamente peculiari: l’idea dell’amore prende le forme dell’ideale, della fusionalità, la differenza dell’altro viene eliminata o evitata.
Senza un riferimento simbolico i legami infatti come possono essere orientati?
In questi casi i modelli che un soggetto costruisce, quando riesce, hanno un aspetto ideale e immaginario pertanto poco flessibile, dove l’esperienza della carenza o dell’eccesso divengono difficilmente integrabili.
L’esperienza del desiderio dell’Altro può essere vissuto talvolta con eccessiva diffidenza e come una minaccia da baipassare.
Così il femminile può assumere il volto del pericolo, della sregolatezza possessiva, della prostituta, del capriccio, della follia.
Di converso, la donna amata deve essere il più possibile coincidente con la donna ideale, che ama senza riserve, fedele e sacrificale: come una madre.
Di fronte alla sregolatezza a cui i legami espongono il soggetto senza una bussola può incappare in agiti violenti o in rotture improvvise o nel reperimento di soluzioni precarie e illusorie. Constatiamo nei racconti dei pazienti che nell’incontro è infatti il reperimento dell’elemento materno che permette l’instaurarsi della relazione. È il familiare che viene ritrovato che permette la relazione. Come dice un nostro utente “con lei (la sua fidanzata) sono me stesso, viene tutto naturale.. con le altre mi sento a disagio, non so come comportarmi, ho paura di sbagliare.. ecco con lei so di essere voluto, qualsiasi cosa io faccia so di piacerle”.
Mi pare che sia l’angoscia dell’ estraneo che venga evitata, l’angoscia di fronte all’ enigma del desiderio dell’altro. Quest’ angoscia viene rigettata come indice di disagio e dispiacere.
Il rapporto madre- figlio, il familiare, orienta nell’approccio, offre talvolta riparo e senso di identità immaginaria.
Questa modalità di lettura del legame dunque può rispondere in tantissimi casi dell’enigma del legame, ma come accennato presenta dei limiti importanti di cui occorre tenere conto.
La stessa utopia fusionale, l’idea  di una naturalità dell’esistenza alla quale ricongiungersi, dobbiamo sapere, che la ritroviamo spesso specularmente nei loro partner, uomini o donne che siano. E’ ricorrente sentir dire che la coppia funziona molto bene finchè non si apre al mondo esterno o non compare sulla scena un figlio che rompe l’equilibrio simbiotico della coppia.
Una donna, parlando del proprio compagno tossicodipendente diceva che in quel rapporto trovava riparo, con lui si sentiva forte e capace, loro due erano una cosa sola, i problemi sono sopraggiunti quando il loro legame si è aperto agli altri: lì sono comparse gelosie eccessive, il suo valore veniva messo in discussione dal compagno fino a passare dall’essere la sua salvezza all’essere considerata una persecutrice. Lei stessa si sentiva messa da parte, non era più il suo “tutto” e non le piaceva.
Un altro ragazzo riportando le parole della fidanzata lasciata dice: “o con me o con nessuna, piuttosto morto”.
Che tipi di legami sorgono là dove il limite non tiene? Di cosa è fatto quel legame e quell’amore? Che posto vengono ad occupare i partner e i figli?
Le donne (fidanzate e mogli che siano), si trovano spesso a svolgere un ruolo di madre verso questi individui, a fornire loro cure e limiti e sicurezze, sopportando la devastazione conseguente alle condotte fuori legge dei loro partner.
Spesso le condizioni affettive, di confusione, di precarietà, di svalutazione personale, di privazione psichica (soprattutto ma non solo), di sfiducia, di abbandono, sono correlate ad agiti e condotte nocive che deteriorano il loro benessere e dell’intero nucleo familiare.
Emerge in questi legami un rifiuto della femminilità in quanto alterità. Rivestire un ruolo salvifico, ideale, offre loro una pacificazione sul piano dell’essere che li giustifichi in ogni sacrificio e in ogni atto.
Più spesso quando l’uomo è tossicodipendente sono le donne ad assumere il ruolo ideale, ma la situazione può ribaltarsi.
Si tratta di persone che seguono, più o meno consapevolmente, un ideale secondo il quale per amore tutto è legittimo e dovuto ed emerge in loro l’identificazione all’ideale: a qualcuno capace di amare, capace di ogni sacrificio in nome dell’amore come una madre (un amore incondizionato, senza limiti)[3].
Tale immagine di sé ideale protegge dal confrontarsi col proprio desiderio, dalla possibilità della realizzazione di sé, dall’assunzione della propria mancanza a essere. Infatti sia che sia la donna a incarnare l’ideale materno, sia che sia l’uomo, il risultato è che questi pieghi la propria esistenza in base all’altro e non sperimenti mai l’evento della chiamata ad assumersi la responsabilità del proprio desiderio. Per cui ogni cosa è dovuta all’altro. Una vita vissuta per l’Altro. Nulla di più deresponsabilizzante.
Tali legami assumono maggiore complessità quando la coppia ha figli. Quale posto viene ad occupare il figlio per la coppia o per i singoli genitori?
È infatti frequente che il figlio arrivi con lo scopo di consolidare la coppia o offrire una stabilità identitaria ad uno dei membri della coppia, per colmare un vuoto o ancora di più per fare da limite alla sregolatezza di uno dei due partner. “se avessi un figlio metterei la testa a posto” esordiscono spesso gli utenti.
Laddove la dimensione del limite, dell’autorità paterna è assente o inattendibile, quali risvolti vi sono sui figli? Se il figlio occupa uno dei posti sopracitati quali conseguenze ci sono?

Intervenire sul contesto familiare significa intervenire sui luoghi di legame dei soggetti “fuori legge”, che è il vero oggetto di sofferenza, che diviene sempre più impossibile anche a causa della vita che viene condotta (comunità, carcere, tossicomania, latitanze) e quindi della cronicizzazione delle soluzioni scelte.
Inoltre significa riportare la parola e il pensiero laddove l’agito è in primo piano e vi è un degradamento dalla dimensione simbolica dell’esistenza alla materialità.
Per queste persone gli oggetti materiali vengono elevati a regolatori della loro esistenza (soldi, droga, vestiti, cibo, sesso e non ultimo figli), assumendo un ruolo decisivo.
Questa sostituzione della dimensione rappresentazionale- simbolica (su cui si fonda il legame sociale) con oggetti materiali è un modo per il soggetto di rispondere all’impossibilità di stare nel legame (o perché dannoso in quanto infuocato e fusionale o perché espone all’impossibilità di fare uno con l’altro e quindi deludente).
Questa degradazione dal simbolico all’oggetto di consumo è anche un effetto del discorso sociale contemporaneo che lo promuove e lo supporta e soprattutto riguarda tutti anche coloro che non presentano tali fenomeni patologici.

I legami sono il luogo in cui sperimentiamo la differenza, l’estraneità, la frustrazione, la perdita, l’eccesso insopportabile. L’altro amato è anche altro da noi. Questa alterità è spesso insopportabile per questi soggetti. Allo stesso tempo, oltre all’alterità insita in ogni legame, diviene insopportabile l’eccesso di vicinanza, tipica di rapporti simbiotici. Capita che la donna, che per anni è stata un ottimo sostituto materno, rivendichi improvvisamente degli spazi di realizzazione, un suo proprio desiderio e ciò apra fratture nella coppia. Lo stesso può capitare all’uno o all’altro partner. In modo alternato possono occupare ciascuno il posto dell’ideale genitoriale o il bambino da curare. E in entrambi può emergere come uno strappo l’esigenza di sottrarsi al rapporto fusionale attraverso degli agiti (tradimenti, fughe, abusi tossicomanici, rotture improvvise dei rapporti, ecc).
In questi legami manca regolazione e più precisamente manca in entrambi i partner a diversi livelli di gravità.

E’ su questa precarietà del legame che vediamo la dipendenza dalla madre prolungarsi senza termini.
Le madri giocano un ruolo decisivo, poiché si trovano nell’arco della vita dei propri figli e per un tempo indefinito a doversi occupare del loro sostentamento e della loro sopravvivenza.
La dipendenza dalla sostanza si accompagna così ad una dipendenza concreta dalle cure della madre, dalla sua presenza regolatrice (orari dei pasti, orari di rientro a casa, stile comportamentale in generale).
L’unico legame che sembra solido è infatti quello di dipendenza sul piano del bisogno: dalla sostanza e dalla madre.
Queste madri svolgono questo ruolo per anni, spesso nella più totale solitudine, poiché la loro storia è difficilmente condivisibile con persone che non hanno vissuto le loro stesse esperienze, che sono all’insegna di situazioni traumatiche che mettono a dura prova la tenuta emotiva.
Le persone con tossicomania infatti assumono condotte di cui le madri talvolta sono state spettatrici gettate nell’impotenza e nella disperazione. A loro volta, spessissimo, queste madri sono state le donne che abbiamo descritto precedentemente (per cui hanno avuto partner fragili psicologicamente, tossicomani, fuorilegge..) ritrovandosi ad assistere alla ripetizione del copione.

Infine potremmo dire, che la criminalità a nostro avviso è una modalità attraverso la quale l’individuo, in assenza di un’autorità simbolica, di trovare un posto come soggetto, se non in un discorso, almeno in una pratica e in un immaginario.
Nella cosiddetta mentalità di strada l’individuo cerca una forma di identificazione, di appartenenza ad un gruppo sebbene fuorilegge. In quest’ottica è un modo per trovare una regolazione, un modo di trovare un posto e un’identità che orienti nel legame non potendo contare sulla funzione paterna. Sebbene questa sia del tutto immaginaria.
Anche l’agito criminale in sé è un modo del soggetto di smarcarsi dall’indifferenziato, dalla simbiosi col materno e istituirsi nel legame con l’altro, malgrado con una modalità fallimentare e perversa.

[1] L’Altro qui è scritto con la A maiuscola per indicare la sua asimmetricità, in quanto non simile a me, non mio pari, ma l’Altro nella sua alterità e asimmetria, nel suo ruolo sociale.
[2] spesso l’utenza racconta di padri padroni, o fuori-legge, o tossicodipendenti, o con una volontà malefica, o deboli.
[3] Qui è possibile reperire a posteriori il rapporto dei soggetti in questione col limite, con la separazione, con la perdita d’essere.  La sua prima esperienza infatti viene vissuta in infanzia a partire dal freno posto nel legame madre e figlio a partire dall’Altro paterno. In psicoanalisi questa viene definita come castrazione, il che determina che l’amore venga simbolizzato e metaforizzato e i due partner (madre e bambino) non possano fare Uno. Il rapporto con la castrazione è il vero punto sul quale interviene la sostanza, come altri oggetti illusori.